Il laico

Vista da qui, ad esempio: si è sempre stati laici, per istinto, un riflesso, nessuno sforzo, in fondo. E laici significa, in sostanza, assolutamente non adesivi. Non aderire a un pensiero (che pur si può condividere, questo sì), non aderire a un modello, a una figura (che certo può incuriosire, e anche questo, sì), non aderire a nulla. Figuriamoci a sé stessi. Il primo incontrovertibile segno di laicità, ecco, è quello di esser laici verso sé stessi. E li riconosci i veri laici. Intanto son pochi…

Il laico parla – come dire? – per mondi. Li avverte, li sente i mondi, e l’eventuale repulsione di uno dei tanti avviene per conduzione elettrica, per ritrazione, per ritrazione da conduzione elettrica, dopo aver processato in un istante milioni e milioni di bit, sensazioni, tendenze, climi. Sì, climi, interessano i climi, che occorre favorire e allestire. Un piccolo cerimoniale di gesti, cure, intonazioni che via via si perfezionano e perfezionano tutto ciò che è intorno, e che quindi, infine, producono agio. E fa sempre un passo indietro da sé perché questo avvenga, il laico.

Per dire: per lui l’opera buona è la seconda, quella che ha già detto alla prima “ma dove stai andando?” E quel vecchio pensiero, che funziona da esordio, da mattino e da lunedì per tutte le cose, ce l’ha di serie, la seconda. Così, ama saltare quel passaggio. Ingenuamente pensa, forse, che tutti amino saltare quel passaggio. Invece no. O quantomeno sia dentro, nell’intimo di ognuno già saltato quel passaggio. E invece no.

Mai consolidato nulla, lui. Lavora solo a progetti, progetti e possibilità. Come vi sia una voce a dire “consolidare è volgare, ricorda che sei comunque un ospite. E molto, molto momentaneo”. E riguardo alla storia dell’ospite, ci ha realizzato una vita, perfino. Ma il mondo no.

E poi sul bene e il male, ché in fondo esistono il bene e il male, magari un po’ sfumati, un po’ cangianti, un po’ melange… Ed è così che ‘imporre una grammatica alle novità’ suona a lui come il male. E quando tutto il coro sembra voler cantare una grammatica delle novità, lui tace. Del resto, la missione di ognuno è, sempre per lui, non romper le palle a nessuno. Le descrizioni, i fatti, le macro (economie, politiche), le cronache, neanche per sogno, neanche…

E sempre vista da qui: si dice che vi fu un tempo totalmente descrittivo e giurisprudente, e che il cangevole di cui eran fatti i popoli, non fosse proprio considerato o compreso. Nel mezzo della guerra del tempo e degli errori, acquistati da chi poteva – il tempo e gli errori -, si capì che non si era nient’affatto nel mezzo della guerra del tempo e degli errori, ma era già finita ed era stata vinta dalle nuove borghesie di seconda generazione. E il tempo e gli errori oramai erano loro. Se li potevano permettere sempre, e contro chiunque.

Così, nel definire persino il mestiere, non si ascrive alcuna area, definizione, obiettivo – cos’è ‘obiettivo’? Non scherziamo -. E questo, aggiungendo un’attività a un’altra. Sì, ché il ‘tanto’ disorienti il colpo del potere e del grammatico. Ma soprattutto crei il bivio, la possibilità da sempre auspicata, e in due modi: indefinendo via via il riconoscibile e decadendo, finalmente, gli obiettivi. Persona, seria; mestiere, laico; no professionismi, no chiacchiere simili.

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