Mezza sera.
L’ultima sigaretta la spense nel basilico,
a rammentare, ancora una volta, una pigrizia antica
che impediva perfino al balcone
la centimetrale stanza.
I piatti giunsero a un’aroma,
a un non so che,
di vissuto e rauco
quel giorno.
Vi era andato, in arsura,
per un accuratamente poco…
Uno scambio di bianchi, insomma,
a temperatura di refrìgero non raggiunta.
E il “tanto smetto, prima o poi”,
lì in mezzo,
risentito,
cosa potesse interessare a quel locale
a flussi a flussi…
Occorreva, in estate, un angolo di vizio,
per disperdere il tempo,
il tempo della testa,
che batteva/batteva,
così si diceva.
La coibentazione, intanto,
ci aveva restituito, in città, tanti palazzi in Lego,
ove abitavano, evidentemente, quelle solitudini
da riempire di litigi, recriminazioni e cose
nei pomeriggi progressivi del ‘23 e del ‘24,
dall’ora del caffè a prima di andare a letto;
e questo,
mentre New York rimaneva lì,
in una primavera di dodici anni prima,
sempre come un vestito largo ma-che-ti-cade-benissimo,
sempre come un posto dove
ognuno parla la sua lingua,
ma tutti esattamente si capiscono.
Magari era cambiata,
non so,
ma qui era ancora un vestito,
ancora un comprendersi.
Mattina, presto.
Televisioni che vanno sole.
Non è vero che le sei del mattino siano un orario disabitato,
qualcuno ne ha fatto il vaso dove versare il giorno prima.
E per me era un andare.
Un andare a rivedere, in testa,
un cemetèrio, una permalosìa semplice, semplice di una vita prima,
un andare e un rivedere,
insomma,
fino ai primissimi colpi della città.
Il guasto, il mio guasto affezionatissimo,
fu il levare, infatti,
ovvero quell’anticipo di minuti e minuti che,
giorno dopo giorno,
dalle sei, retrocedevano alle 5:47, 5:15, 4:41.
Dovevo aver la faccia di chi,
a quell’ora,
chiedeva un caffè al vetro.
E così insistevano i baristi.
Sul sole nasceva, intanto, la Tuscolana,
al mattino.
E questo ogni mattina.
Lo ripetevano gli atomi di idrogeno,
caldissimi,
in cerca anche loro di un bar aperto,
appunto.

Lascia un commento