Da più di trent'anni da queste parti

Eppure ci riuscimmo – a trovarci, dico – in un’ignorance epocale.

Preàfasi

Così, quasi come preàfasi, scrivere piano per poi poter dire a te cosa? Talmente vasta la prospettiva, che supera gli angoli massimi concepiti, e non viene in a tempo più vicino ai saluti che alle albe; e disegnerò allora appena qualche linea perché tu possa avvicinarti, poiché non lo chiedi, qualche linea che ha preso evidenza solamente in ultimo, vista l’inseguibilità dei momenti, l’inconsecutività delle esistenze; e ogni cosa nata in un fragilionesimo di istante, mi proverò a renderla più visibile, più pacifica, più lenta; allora tenta di contar le cose: conta l’ospite, il prototipo, il differire, il levare, e l’errore che si cerca, e la sostituzione di specie, conta almeno queste poche cose, se puoi e se proprio vuoi; e mi auguro non ti sembri un’inutile didascalia quel che vado a dire, nel modo in cui lo vado a dire, che poi lo sai, non mi appartiene, né mi è appartenuto mai. Dici, scrivere ancora, ma per poi definire cosa? I fatti, i fatti, la cronaca, e le adesioni, e i manifesti, figuriamoci, allagano i pensieri, le parole se non hai cura ed esperienza, rendono riconosciuta ogni cosa, quando a noi chiama a sé quel che è irriconosciuto, ancora imparlato, invece. E allora lascio qui, sopra l’ultima frase, qualcosa che scivoli via l’inerzia, visto che a chiedere non insisti; lascio qui l’idea di poche memorabili parole, e considerale pure i nostri accenti, i nostri incontri, i nostri infantili ridere, se puoi e, sempre, se proprio vuoi.

L’ospite

L’ospite, l’ospite avrebbe avuto così, quale inclinazione prima, chi alle abitudini, al codificato, camminava accanto, e l’idea di esser ospite come fosse indossata da sempre, ogni istante, per decadere così l’acquisito, il confinabile, l’appartenere, l’appartenere… Che l’occasione più imprevedibile, o anche la più semplice – dove traslocherà l’ospite non sapeva e non avrebbe saputo -, di appartamento in appartamento, negli appuntamenti sempre meno definiti nei luoghi, negli orarii, o negli incontri più fondi, attenzione, l’ospite sarà dentro il momento più del momento, e non avrebbe lasciato mai parole dietro di sé, come a dire “gli anni più inconcepibili della mia vita”, se in quegli anni inconcepibili vi fossero stati, come vi erano stati, altri incontri, altre esistenze e ogni cosa da non coinvolgere, da tener da conto, da non sporcare. O anche l’ospite, in definizione alternativa e limitata: non dar mai merito, mai soddisfazione alla vita, e questo a salvaguardia di una presunta degnità, a salvaguardia di una presunta interità.

Prototipo o fuga?

E continuando, prototipo o fuga? Il prototipo lasciava lì, evidentemente, giusto un quesito da articolare in risposta: prototipo o fuga? Arriverebbero a un certo punto a esser confusi, probabilmente. Una certa intenzionalità, se proprio, forse… “Mi penso di aver scritto, ideato, realizzato solamente prototipi, ma non qualcosa che necessariamente non c’era e poi vi è stato, ma qualcosa che l’avvio, il sistema, la motivazione potevano esser prototìpici”. Ma allora, il fuoco spostato di volta in volta – quel che un prototipo naturalmente fa – può significare una fuga, una non insistenza, colpevole, debole, flebile, secondo quel che si assume come idea di forte. “E l’insistenza del prototìpico, allora? Non sarebbe più una fuga, ma al limite un impianto di fughe, una teoria di fughe”. Ne deriverebbe, al fine, il prototipo come antidoto al definito, al dimostrabile, al rintracciabile, per arrivare, in ultimo, alla dimenticabilità di chi ha scritto, ideato, realizzato quel qualcosa, allo scordarsene affatto, per forza.

Differire meglio

E quasi per naturale estenuazione, si arriverebbe infine a una differita, un differire. Come una lente il differire, la differita, da differire meglio. E, in conseguenza, condurla da semplice constatazione a vero strumento di scavo. Premessa: quel che è nuovo, novità, esperimento dilata l’idea di un tempo infinitesimale, misurabile, da infinire, lo apre fin quasi alla dismisura. Se poi incastonati – il tempo nuovo, novità, esperimento – in un tempo frenato, ad alto coefficiente di decelerazione, ecco che vengono moltiplicati per zero o restano del tutto inosservati, il tempo nuovo, novità, esperimento. “Mi penso di aver scritto, concepito, realizzato solo differite, anche lungo la linea dello spazio.” E qui si immagini una non-immersione, un “se fosse altro da qui?”, un poster sei-metri-per-tre (poniti a un centimetro / poniti a venti metri), e un designer (il dettaglio) e un urbanista (l’insieme), assieme, infine. Addivenendo, in conclusione, alla presbiopia, presbiopia, uno sguardo allontanato, a distanza, come indubitabile misura di evoluzione civile; ché da un limite fisico, minimo, logico poteva anche darsi un incremento in civiltà, sì.

Una vita in levare

Chiaro che ora, a questo punto, lasciato lì il levare, quale parola sospesa, lasciata lì per intera una vita in levare, cosa avrebbe potuto significare? Parlerei piano piano di un poco di questo, di un poco di quello, come quando dopo, solo dopo, si raccolgono via via quelle frasi che sembrano esatte a giustificare, a legittimare; e se fino a questo istante un’intuizione non ti ha ancora preso, non la troverai sicuramente nel a togliere, in ogni less is more che si possa ripetere e ripetere; e non avendo voglia, o per tema di esagerare o non avendo voglia veramente, si apre ora tutto quanto all’esigenza di una pausa, di una breve passeggiata, di una piccola rigenerazione che ti può fare uno stacco, uno stacco… Non si può, del resto, sempre, dire proprio tutto tutto.

Comanda il ginocchio

E comanda il ginocchio, e non poteva esser che così, dopo che la testa, finestre, errori messi lì, prospettive larghe di spalle, sorrisi e quant’altro. Comanda il ginocchio, dici; il mondo intiero che tu ti sfili, rientri e provi a modellare quei metodi, ma che metodi sono senza procedura, senza protocollo, dicono? Comanda chi vince, sì, ma in un inverosimile imbrunire che smette solo verso notte, questa radio continua di cosa sia democrazia, cosa voler dire, di recuperi infiniti fin nei brindisi dell’io, ma che cade, ogni volta, il bicchiere. È che alla fine, come sempre, che tu sia il tuo mattino, primo pomeriggio o sera, vi sarà sempre una buonanotte, “buonanotte, tesoro”; e comanda il ginocchio.